PICCOLE GIOIE QUOTIDIANE
come grandi e piccini abitano il nido
Monica Negretti
Psicologa psicoanalista
Nelle giornate trascorse al nido con i bambini e le educatrici non manca mai la sensazione, forte, di essere immersi nel fluire intenso della vita. Spesso i bambini ancora non parlano, ma tutta l’aria è zeppa di segni, gesti, ammiccamenti e distanziamenti: i bambini discutono, concordano azioni, entrano in conflitto e fanno pace, in un esplosione continua di idee e d’inventiva attraverso interazioni che si fanno e si disfano producendo sequenze e sviluppi di attività di scoperta e conoscenza.
“Quello che è unico della conoscenza umana è la sua dedizione al possibile . Quando apprendiamo l’atto di apprendere ci porta oltre ciò che abbiamo incontrato e apre al regno del possibile. Il processo umano di apprendimento non è, infatti, semplice acquisizione di conoscenza, è una spinta ‘ ad andare oltre le informazioni date’. Non c’è altra specie animale sul pianeta così dedita al possibile’ (J. Bruner )
Questa è gioia per i piccini. Si tratta di una gioia contagiosa, perché induce anche i grandi verso uno stato colorato di allegria, l’ allegria del possibile ‘Chissà che cosa farà/faranno ora?’.
Nella dimensione del possibile genitori ed educatori hanno l’occasione di incontrare un bambino forte, attrezzato per la vita, competente, sempre alla ricerca di teorie sul mondo e sugli altri, un bambino che stupisce. Ogni giorni infatti i bambini non solo sono occupati a ‘ fare con oggetti’, non solo prendono forma dall’esperienza ma danno forma all’esperienza stessa, in un movimento bidirezionale che vede le idee nascere dalla pratica col mondo e la pratica essere modificata in funzione delle idee che i bambini vanno via via costruendo.
Quando un bambino trova, da solo, un significato, prova una gioia che, diceva Loris Malaguzzi, è come: “Quando sentiamo un brivido mentre ascoltiamo un brano di musica. É come chi sfida la morte per realizzare un desiderio’.
La gioia di grandi e piccini allora non ha tanto a che fare con il cosa si sta facendo, con la qualità di una attività particolare, ma è legata alla dimensione del come si sta in quella situazione: gioia come esserci, sentirsi coinvolti, essere parte, essere protagonisti. Una gioia che ha a che fare con la differenza qualitativa di percezione – e quindi di successiva azione – che c’è tra l’esserci nelle cose e fare delle cose.
In questa prospettiva, ogni momento della vita al nido diventa occasione per sperimentare questa qualità di presenza. Si può vivere allora ‘con gioia’ anche un conflitto: ogni bambino può lanciare la sua idea e bisogna poi vedere come è accolta dai compagni. Così le idee volano, rimbalzano, si ammucchiano, si rialzano, si disfano lentamente o si dileguano. Fino a che una di esse piglia decisa il sopravvento. Comunque, sia è l’idea che è adottata sia, a sua volta, adotta bambini ed adulti.
Educare diventa allora aprire alla possibilità, permettere la partecipazione e la ricerca. Da parte dell’adulto, educare, significa saper attendere – un attesa che sottende rispetto- nella serenità che si possa stare nelle cose cercandone il senso insieme, significa colorare la relazione educativa di fiducia, fiducia che le cose possano avere molti punti di vista, che le cose possano essere diverse e cambiare. Un adulto che vive nella dimensione dell’attesa, diventa una presenza affettuosa perché saper attendere vuol dire sperare e il bambino questo lo percepisce: non è la speranza che proietta la vita in avanti? Non è una visione ottimistica del futuro vissuta e sostenuta dagli adulti per i bambini?
Alla luce della gioia, si scorge un adulto/educatore coinvolto in un processo parallelo e convergente, a quello dei bambini, di esplorazione, scoperta e nuova esplorazione. Un educatore che è invitato a riprendere in mano il proprio stupore e che vive in uno stato di desiderabile allerta: esattamente come il bambino anche l’adulto si pone in una dimensione di vulnerabilità che è dato dal non credere di possedere verità assolute.
Un educatore che ha la cultura del progetto, che esplora e non che controlla: da fornitore di soluzioni, si trasforma in propositore di situazioni di apprendimento, di lavoro, di esperienze.
La scuola ha bisogno di educatori competenti, ma al tempo stesso consapevoli che la competenza non è un dato acquisito una volta per tutte, ma si costruisce e si accumula poco a poco, sollecitata e sostenuta dalla capacità di ascolto, di riflessione e di confronto critico: non si può educare senza allegria e l’allegria , come per i bambini, viene provocata dalla ricerca, che in ultimo è la ricerca del senso di educare, come genitori o insegnanti, ogni giorno.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
M. Negretti, Verso una pedagogia della Presenza, in Mondo Zero 3 – Anno X, n. 4, marzo -aprile 2014
Danberg, Moss, Pence, Oltre la qualità nell’educazione e cura della prima infanzia –- ed. Reggio Children 2009
C. Rinaldi, In dialogo con Reggio Emilia – ed. Reggio Children 2009