Il divenire del Soggetto

Il nocciolo della questione è, ed è sempre stato, la creatività, solo che ancora non avevo modo di accorgermene, né di sentirne l’esigenza.
Il percorso di riflessione su come si sviluppa e diviene il soggetto nel corso della propria esistenza, se sia possibile o meno contemplare in questo una dimensione di creatività, intesa come “movimento verso il prendere qualitativamente in mano la propria vita” (Minolli, 2014i: p. 17), si intreccia inevitabilmente con il divenire del mio percorso di formazione teorica, di esperienza clinica, ma anche di analisi e vicissitudini personali di questi ultimi anni. Di fatto, dalla prima lezione di Psicoanalisi della Relazione siamo stati ingaggiati da Michele Minolli a mettere a fuoco insieme le nostre concezioni implicite sul soggetto e sulla realtà. Nelle teorizzazioni proposte in quei frangenti (cfr. Minolli, 2007, 2009, 2011) il peso maggiore veniva posto sull’idea di Io-soggetto, metaforicamente definito come un sistema complesso in costante attività di auto-eco-organizzazione che provvede a riequilibrare la sua stessa coerenza nel corso del divenire della sua esistenza e nella reciproca interazione con altri sistemi, ma con un primato implicito dato alla dimensione “auto” ed alla sua preesistenza. Il soggetto così inteso è da subito responsabile attivo della costruzione della propria realtà e questo, come ricaduta, gli conferisce un grande “potere” a priori, relativizzando la percezione del rischio di essere dominati dagli eventi e dal mondo. Da analista dei miei primi pazienti e da paziente nei primi anni di terapia, non potevo che guardare con sguardo benevolo a tutta questa potenzialità di autodeterminazione “innata”. Senza contare che questa nuova e, per molti aspetti, liberatoria prospettiva mi veniva fornita già abbondantemente elaborata e suffragata da autorevoli personaggi di riferimento e guida in questo mio iniziale percorso. È a questo punto, tuttavia, a partire dal terzo anno di specializzazione, che la spinta ad indagare ed addentrarmi in prima persona nella questione del soggetto si è espressa e concretizzata più direttamente. L’irrompere della ‘realtà’ sulla scena personale della mia esistenza, con vari episodi inattesi ed imprevisti, si è intrecciato con il proporsi di suggestioni teoriche nuove da parte di Minolli che, in una nota dinamica a pendolo (possibile, però, solo a patto di continuare a interrogarsi), hanno messo in luce proprio la necessità di tornare ad occuparsi dell’Io-soggetto in termini più ‘contingenti’, che tengano conto, in primis, delle variabili di tempo e di spazio in cui è inevitabilmente inserito: in questi termini ho, a suo tempo, letto l’interesse dello stesso Minolli per la configurazione ricorsiva dell’Io-soggetto (2013, 2014). Nel suo nuovo approfondimento sull’Io-soggetto egli codifica il suo essere come ricevuto dalla genetica e dall’ambiente e nell’apporto della coscienza, comune a tutti i viventi, per esplodere nella coscienza della coscienza come possibilità del suo divenire (2015). L’evidenza del peso di alcune variabili ‘esterne’, che fatica ad essere relativizzato e ricondotto al soggetto, ha preteso di essere preso in dovuta considerazione. Da qui, riflessioni, dubbi, domande, ipotesi che mi hanno portato a riavvicinarmi alle opere di filosofi come Nietzsche e Heidegger nel cercare di trovare una mia posizione teorica e clinica nel difficile equilibrio tra il preservare un’idea di Io-soggetto come presente a se stesso e attivo e il rispettare con onestà il ruolo dell’altro, del mondo e della ‘realtà’ nel sustanziare la nostra esistenza. Si passa quindi, tramite necessarie “ruminazioni” , da domande implicitamente deterministiche e dicotomiche sui ruoli reciproci del soggetto e della realtà al chiedersi se, come, perché e con quale “valore” teorico ed esistenziale insieme, il soggetto può (faticosamente) divenire artefice della propria esistenza e scegliere attivamente la propria strada, a partire da ciò che è. È un cambio di prospettiva e di “esigenze” che apre a un nuovo livello: la creatività.
Alla luce di queste lunghe premesse, è stato inevitabile per me pensare ad un lavoro di tesi che si focalizzasse proprio su queste domande aperte rispetto al divenire del soggetto e, appunto, alla sua creatività. Allo stesso modo, per quanto detto, è stato inevitabile scegliere di impostarlo come un processo di confronto dialogico. Anche in ciò trovo infatti il riflesso della formazione all’interno della SIPRe e il mio essermi progressivamente appropriata di un metodo in cui assume una funzione centrale il “ricercare insieme”. La dimensione della partecipazione con cui si strutturano le lezioni e con cui vengono date spiegazioni e informazioni anche strettamente didattiche, al di là delle inevitabili differenze e sfumature, permette sempre un confronto attivo: tutti possono esprimere e mettere in campo le proprie idee e farci i conti. Non un semplice affermare punti di vista o un’indagine su chi ha torto o chi ha ragione per affiliarsi poi al pensiero che sembra il migliore, ma, nell’ottica del partire da se stessi, un tenere aperta la possibilità processuale del divenire di un pensiero in movimento, affermato con onestà e rispetto per sé e per gli altri. Il dialogo così inteso non è una condizione data, ma da raggiungere insieme e non è mai punto di arrivo, ma punto di partenza: “nel dialogo dialogico siamo coscienti che i concetti che utilizziamo scaturiscano da una sorgente più profonda. Non solo io lascio che l’altro mi conosca, ma arrivo a conoscere meglio il mio stesso mythos attraverso le critiche e le scoperte del mio interlocutore. Il dialogo dialogico non tende né alla vittoria nel contesto delle idee, né a un accordo che sopprima un’autentica diversità di opinioni. Semmai, il dialogo dialogico cerca di espandere il campo stesso della comprensione, con l’approfondimento da parte di ciascun interlocutore del proprio campo di comprensione e l’apertura di un luogo possibile per il non (ancora?) compreso. Il dialogo dialettico mette tesi contro antitesi e tende a una sintesi. È dualistico. Il dialogo dialogico è un processo che non finisce mai, appartiene alla vita stessa dell’uomo” (Panikkar, 2001: p.52 ).
In virtù di uno scambio dialogico così definito ho voluto coinvolgere più interlocutori, anche esterni alla SIPRe e appartenenti ad ambiti professionali differenti, che nella loro esperienza si sono ugualmente dedicati a riflettere sull’uomo e le sue vicissitudini, chiedendo di mettere a fuoco la loro attuale prospettiva sulle questioni poste.
Il testo della tesi prende quindi le mosse da una trattazione sintetica delle recenti ipotesi teoriche sull’Io-soggetto in via di formulazione da parte di Minolli all’interno della SIPRe e del mio punto di vista al riguardo (Cap.1). Si procede quindi con una parallela esemplificazione clinica sull’osservazione del divenire del soggetto all’interno dello specifico contesto analitico (Cap.2). Nella seconda parte, invece, viene dato spazio al dialogo vero e proprio. A partire dalla formalizzazione di due domande guida per una riflessione condivisa (Cap.3, par.1) e dalla presentazione degli interlocutori scelti (Cap.3, par.2), vengono presentate per intero le risposte ed argomentazioni da loro fornite (Cap.3, par.3). Il commento finale si focalizza sull’identificazione di affinità, divergenze, ipotesi, spunti e nuovi interrogativi dati dall’insieme degli stimoli raccolti, con l’intento di poter mantenere tale percorso di conoscenza condivisa aperto e continuo, nella consapevolezza che “il filo conduttore è nel processo, nel divenire, nella qualità del sapere e non nei traguardi possibili” (Minolli, 2009: p.26).
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